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Il resort di lusso


di Riservato1987
20.07.2026    |    10    |    0 6.0
"Portai una mano tra le sue gambe e trovai il clitoride gonfio; lo sfregai con il pollice mentre lei continuava a muoversi su di me..."
Mi chiamo Francesco, ho trentotto anni e sono single per scelta consapevole. Lavoravo per una multinazionale, conducevo quella vita che ti succhia l'anima tra continui voli e conference call.
Ogni tanto, per non impazzire, avevo bisogno di staccare la spina in modo radicale: svuotare la testa, resettare i sensi. A maggio la mia valvola di sfogo era stata Sharm el-Sheikh, un resort a cinque stelle sul Mar Rosso, scelto appositamente perché lì il lusso è discreto, silenzioso e lontano dal turismo di massa.
Quando atterrai, l'aria calda della sera mi avvolse come un lenzuolo bagnato, dandomi l'immediata percezione di essere finalmente altrove. Arrivato al resort, dopo il check-in, feci una doccia fredda, infilai il costume e andai subito verso la piscina principale, quella a sfioro che sembra fondersi con l'orizzonte. Ordinai un gin tonic e mi sistemai su un lettino, con gli occhi ancora abbagliati dal viaggio.
È allora che la vidi.
Una donna che il sole baciava con invidia. Aveva sui quarantacinque, forse cinquant'anni, con quel tipo di bellezza che non ha bisogno di filtri: capelli castani raccolti in uno chignon spettinato, grandi occhi nocciola, labbra carnose e un corpo che il bikini nero modellava con crudeltà; quella carne matura che sa di donna vera, non di ragazzina. Accanto a lei c'era un uomo sulla sessantina: pancia prominente, un orologio da diecimila euro al polso e un'aria che urlava "ho i soldi ma non ho più l'età" da ogni poro.
Parlavano spagnolo, con quella tipica cadenza madrilena che riconobbi immediatamente. Lui alzava la voce, gesticolando verso una ragazza in costume rosso fluo che passava lì vicino. Lei si alzò di scatto, afferrò la borsa di paglia e si incamminò verso l'uscita. Nel passare accanto al mio lettino, la borsa mi colpì il ginocchio.
— ¡Disculpe, disculpe! — esclamò, voltandosi.
— No se preocupe, señora. Con una disculpa tan elegante, podría perdonar cualquier cosa — risposi sorridendo, abbandonando l'italiano per la lingua che avevo imparato tra i vicoli di Granada, durante l'Erasmus che mi aveva cambiato la vita.
Si fermò. Gli occhi le si accesero di curiosità, mentre un mezzo sorriso le comparve sulle labbra.
— ¿Hablas español?
— Lo suficiente para decirte que el sol está celoso de tu bellezza — aggiunsi, con un tono che voleva sembrare scherzoso, ma che uscì carico di intenzione.
Rise. Fu un suono rotondo, caldo. Poi si voltò e scomparve tra le palme.
Quella sera non la vidi, e non vidi nemmeno il marito. Cenai da solo, guardando il mare nero sotto la luna, con la sua immagine che mi bruciava ancora sotto le palpebre. Quella notte non riuscii a chiudere occhio.
Il giorno dopo mi svegliai all'alba. Feci una colazione leggera e poi mi piazzai strategicamente a bordo piscina, nello stesso punto del giorno prima. Avevo tra le mani un libro che non leggevo, mentre gli occhi passavano in rassegna ogni nuovo arrivo.
Dopo un'ora, eccoli. Si sistemarono sul lato opposto, proprio di fronte a me. Lui si mise al tablet; lei indossava un pareo color corallo che lasciava intravedere le gambe toniche. I nostri sguardi si incrociarono due volte. La prima fu casuale. La seconda, deliberata: una carica elettrica che attraversò i dieci metri di acqua azzurra.
Vidi il marito alzarsi, prendere il borsello e allontanarsi verso la hall. Non ci pensai due volte. Mi alzai, mi tuffai e nuotai verso di lei con bracciate decise.
— Buenos días, Isabel — dissi, appoggiandomi al bordo della piscina.
Mi guardò dall'alto, sorpresa ma non troppo.
— ¿Cómo sabes mi nombre?
— Lo escuché ayer de tu esposo... ¿Estás bien? Parecías molesta.
Sospirò. Si tolse gli occhiali da sole, rivelando occhi stanchi ma bellissimi.
— Mi marido es un idiota. Ayer por la tarde estaba coqueteando con una chica en el bar. Los pillé.
— Dios da pan a quien no tiene dientes — mormorai, guardandola dritta negli occhi.
— ¿Cómo?
— Es un refrán italiano. Significa... che a volte la vita regala tesori a chi non li merita, e nega bellezze a chi dovrebbe custodirle.
Capì. Il suo sguardo si ammorbidì, poi si fece audace.
— Tienes razón. Él tiene una mujer así y la descuida.
— Puedes venir a buscarme cuando quieras — dissi con un mezzo sorriso, indicando la mia camera con un cenno del capo. — Bloque 7, suite 314.
Rise. Una risata calda che mi fece irrigidire il costume.
— Quizás lo haga. Solo para ver si es verdad lo che dicen de los italianos.
Il pranzo fu un'agonia. Mangiai del pesce al ristorante sulla spiaggia, ma lo stomaco era un nodo stretto. Tornai in camera verso le quattordici, sotto un sole che picchiava implacabile.
Mi spogliai sotto la doccia fredda, poi mi stesi sul letto, completamente nudo; l'aria condizionata mi accarezzava la pelle, facendomi irrigidire i capezzoli. Cercai di dormire, ma l'immagine di Isabel, dei suoi seni e del suo profumo immaginario, insieme al modo in cui si muoveva, mi tenevano in uno stato di eccitazione perenne.
Stavo per cedere al sonno quando sentii bussare.
Tre colpi secchi. Pausa. Altri tre.
Mi alzai di scatto, con il cuore che mi martellava nelle tempie. Mi avvolsi un asciugamano intorno alla vita e aprii.
Era Isabel. Indossava un vestito leggero di lino bianco, che diventava trasparente contro la luce del corridoio. Non portava il reggiseno e i capezzoli scuri puntavano decisi contro il tessuto.
— Mi marido duerme como un tronco. Y io me aburría sola — disse, entrando senza essere invitata.
La porta si chiuse alle sue spalle. Io restai lì, immobile, con l'asciugamano che ormai non nascondeva più nulla: ero già duro, turgido e visibile.
Lei lo notò. Il suo sguardo scese verso il mio inguine e i suoi occhi si spalancarono.
— ¡Dios mío! — sussurrò.
— Scusa, vado a mettermi qualcosa...
— No — mi bloccò, posando una mano sul mio petto. — Quiero verlo. Dicen que los italianos... tienen las pollas grandes.
Non finì la frase. Mi avvicinai a lei, tremante. Con un movimento fluido si sfilò il vestito, rivelando un corpo che il tempo aveva reso perfetto e una fica rasata con cura, già visibilmente umida.
Mi afferrò l'asciugamano e lo tirò giù. Il mio cazzo scattò libero verso l'alto, grosso, venato, con la cappella gonfia e lucida. Lei lasciò sfuggire un "wow" sonoro.
— Mucho más grande que el de mi marido. Y más hermoso — mormorò, lasciandosi cadere in ginocchio sul tappeto.
Afferrò il mio membro con entrambe le mani, lo guardò con autentica adorazione e poi lo prese in bocca. Non fu un pompino frettoloso, ma una vera e propria liturgia. Leccò la cappella con la punta della lingua, assaporandone il gusto, poi scese lungo l'asta, bagnando ogni centimetro. Con una mano mi prese i testicoli, massaggiandoli con cura, mentre con l'altra accarezzava la base del cazzo.
Poi iniziò a succhiare. Senza stringere troppo, ma con una pressione variabile ed esperta che mi faceva vedere le stelle. Scendeva fino in fondo, trattenendo il respiro, tanto che sentivo la sua gola aprirsi completamente per accogliermi; poi risaliva lentamente, creando un vuoto profondo e continuandomi a fissare negli occhi con quella tipica sfida iberica.
— Isabel... sto per venire... — ansimai dopo pochi minuti di quella tortura divina.
Mi lasciò uscire dalla bocca con un "pop" sonoro, sorridendo.
— Todavía no. Quiero sentirte dentro.
Si alzò, mi prese per mano e mi condusse al letto. Si mise a pecora, offrendomi la vista del suo culo e della fica che gocciolava, aperta e invitante. Era rosa all'interno, bagnata, con le grandi labbra esterne gonfie di desiderio.
— Fóllame, italiano, fóllame.
Mi posizionai dietro di lei, le afferrai i fianchi e lentamente, molto lentamente, penetrai quella fica bollente. Era stretta, calda, umidissima; le sue pareti mi stringevano come una mano ben chiusa. Lei gemette, affondando il viso nel cuscino.
— Más... más fuerte...
Iniziai a muovermi. Prima con ritmo regolare, poi sempre più forte, spingendo fino in fondo e sentendo le mie palle che sbattevano contro il suo clitoride. Lei urlava in spagnolo, pregando, chiedendo ancora.
— Coño... sí... así... me encanta tu polla... más duro... cabrón...
La presi per i capelli, tirandole indietro la testa per costringere la schiena ad inarcarsi. La penetravo ormai con violenza controllata, e ogni spinta faceva ondeggiare il suo culo. La fica emetteva suoni osceni, schiocchi di umidità, con il mio cazzo che entrava e usciva lucido del suo nettare. Potevo vedere il mio membro scomparire dentro di lei, riapparire bagnato e poi affondare di nuovo fino alle palle.
— Cambiemos... — ansimò, sfilandosi. — Quiero sentirte más profundo.
Mi spinse sul letto, facendomi sdraiare. Poi salì sopra di me, guidando il mio membro dentro di sé con una mano, e iniziò a cavalcarmi. Dio, quel modo di muoversi: non un su e giù meccanico, ma onde, cerchi con i fianchi e contrazioni interne che mi massaggiavano il cazzo mentre lei saliva e scendeva. I suoi seni ballavano davanti al mio viso. Li afferrai, li massaggiai e le succhiai i capezzoli, sentendola gemere ancora più forte.
— Tócame... ahí... sí...
Portai una mano tra le sue gambe e trovai il clitoride gonfio; lo sfregai con il pollice mentre lei continuava a muoversi su di me. Accelerava, con i muscoli delle cosce tesi e il sudore che ci univa in una pellicola salata.
— Me voy a correr... — ansimò, con le dita che affondavano nelle mie spalle. — Dios... me voy a correr en tu polla... hazme tuya...
La sentii contrarsi in spasmi violenti che la scuotevano. Fu un orgasmo lungo che la fece gridare mentre abbassava la testa, coprendomi il viso con i capelli. La sua fica mi stringeva a intervalli regolari, mungendomi il cazzo con contrazioni involontarie.
— Isabel... vengo... devo uscire... — ansimai, ormai al limite.
— No — mi trattenne, fissandomi negli occhi, ferma sopra di me con il mio cazzo ancora completamente dentro. — Dentro. Quiero sentirte explotar dentro de mí. Lléname. Lléname de tu leche, cariño. Quiero tu semen caliente.
Quelle parole mi fecero perdere del tutto il controllo. Le afferrai i fianchi, la tirai su e giù con forza selvaggia e poi esplosi. Fu un orgasmo che partiva dalle palle, risaliva lungo la schiena e usciva a getti caldi e densi dentro di lei, inondandola. Lei avvertì ogni singolo colpo, ogni pulsazione, e riprese a gemere come se stesse venendo di nuovo.
— Sí... sí... toda... toda dentro... dame tu semen... dame todo...
Collassò esausta su di me, con il mio cazzo ancora duro nella sua fica che continuava a stringermi a intervalli, spremendo fino all'ultima goccia. Restammo così, uniti e sudati, mentre il profumo del sesso impregnava l'intera stanza. Sentivo il mio sperma che la riempiva e che colava lentamente lungo le pareti interne.
Dopo lunghi minuti si alzò. Il mio sperma le rigava la coscia, lucido, bianco e abbondante. Lo raccolse con un dito e lo assaggiò, sorridendo.
— Delicioso — mormorò.
Andò in bagno, fece una doccia veloce e si rivestì. Io rimasi sul letto nudo, stordito e ancora mezzo duro.
Sulla porta si voltò.
— Mi marido duerme siempre a la misma hora, ¿nos vemos mañana? — sorrise maliziosa.
— Vieni quando vuoi. Io non mi muovo da questa camera.
— Cinco días — ripeté, sollevando cinque dita. — Cinco días para follar. Te voy a dejar seco.
La porta si chiuse. Io restai a fissare il soffitto con il cuore che batteva ancora all'impazzata e il suo sapore sulle labbra. Avevo la certezza che Sharm mi avrebbe regalato la settimana più pornografica della mia vita.
E non vedevo l'ora che arrivasse l'indomani.
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